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Come impariamo? Guida lampo a tre approcci culturali – di Agnese Chiarini

Il mondo è bello perché è vario, si dice, e sappiamo tutti che nel mondo esistono infinite culture diverse.
Ciò che consegue da questa varietà può essere molto evidente, come nel caso della lingua, degli abiti quotidiani o tradizionali… Oppure no, come nel caso dell’apprendimento.

Partiamo da un concetto banale: il mondo.
Noi europei siamo abituati a pensarlo così:

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Planisfero europeo

… E non così:

La cultura ci insegna a pensare in un determinato modo e ci fornisce dei valori cardinali, che usiamo in modo parzialmente inconsapevole. Per esempio, nessuno vi ha esplicitamente detto a che distanza interpersonale stare da un amico oppure da uno sconosciuto: vi avvicinate o allontanate spontaneamente, perché la vostra cultura vi ha dato gli strumenti per sentire se quella distanza è appropriata o no.
E ogni cultura ha i suoi parametri.

Tutto bellissimo, ma perché dovrebbe interessarmi l’apprendimento se non sono un insegnante?
Perché il modo in cui impariamo è anche il modo in cui ci approcciamo ai problemi e alle sfide della vita. Se lavori in team internazionali potresti trarne degli spunti utili: il modo in cui un tuo collega sviscera un problema, i punti da cui sceglie di partire, potrebbero sembrarti assurdi – ma se fossero solo la punta dell’iceberg?

Principles first: la teoria al centro
Partiamo dall’approccio più diffuso in Europa: il principles first.
Vi ricordate i bei tempi della scuola, quando la metà delle ore di italiano erano dedicate alla grammatica? O quando nelle ore di matematica veniva spiegata la teoria prima di passare agli esercizi?
Sono entrambe espressioni dello stesso principio: prima si delinea un contesto, lo si osserva da lontano, poi si passa alle possibili applicazioni.
Chi fa uso di questo tipo di approccio, di fronte a un problema, si confronta anzitutto con le regole generali, poi decide come applicarle.
Facciamo un esempio semplicistico: se devo imparare a usare un nuovo software, è probabile che legga prima il manuale o le istruzioni, per poi iniziare a usarlo.
Il principio è: come affronto un problema se non ne conosco il contesto?

Application first: imparare dalla pratica
È un approccio molto comune negli Stati Uniti: prima si osserva l’esempio pratico, poi si deduce la regola generale.
Non è una coincidenza che i case studies siano molto diffusi nella cultura anglosassone: analizzare un caso specifico è il metodo con cui apprendono. A chi si affida a questo approccio potrebbe sembrare controproducente partire dalla teoria, perché il punto focale è: come risolvo un problema che è qui e ora e ha delle caratteristiche e implicazioni concrete, se parto da teorie troppo ampie e comunque non cucite sul mio caso? Meglio cercare, piuttosto, esempi di persone che hanno risolto lo stesso problema, e capire come.
Tornando all’esempio del software, chi si affida a questo approccio non si affiderebbe subito al manuale, ma proverebbe anzitutto a usarlo, utilizzando la propria esperienza pregressa come riferimento.

L’approccio olistico: è tutto collegato
Gli approccio principles e application possono apparire antagonisti tra loro; il prossimo approccio che vedremo si fonda invece su tutt’altre basi.
L’approccio olistico è diffuso in molte culture asiatiche e prevede una riflessione sul problema a 360°: non solo le conseguenze dirette che possono scaturirne (non conosco un software – non posso fare il mio lavoro) ma anche una serie di conseguenze indirette che a un occhio occidentale possono sembrare irrilevanti.
Nel mio lavoro di insegnante ho incontrato un esempio perfetto per descrivere questo approccio: durante una lezione sul passato prossimo, un mio studente mi ha chiesto quali altri tipi di passato esistessero in italiano e di fargli degli esempi. Non nascondo di essermi sentita confusa, lì per lì: stiamo parlando di un tempo specifico, perché confondersi le idee con altri argomenti? Perché l’approccio olistico prevede di approcciarsi a un argomento o a un problema anzitutto nella sua totalità: solo dopo si ha una visione d’insieme sufficientemente chiara per scendere nel dettaglio. Questa visione d’insieme permette di inquadrare meglio i singoli punti, mettendoli in ordine, senza sovrapposizioni.
Tornando al nostro amato esempio del software: un approccio olistico si interrogherebbe sull’interazione tra quel software e altri programmi, su chi potrebbero essere altri fruitori, su quali conseguenze potrebbe avere l’utilizzo del software sul lavoro di altri dipartimenti. Si cercherebbe di capire il software nel suo insieme per poi scendere nel dettaglio di ogni singola funzione.

E quindi qual è l’approccio migliore?
Ovviamente, nessuno in assoluto! A seconda del problema o dell’argomento che si presenta, potremmo scoprire che un approccio è più funzionale di un altro… per noi.
Non sono mai da dimenticare, infatti, che siamo soggetti unici, e che all’interno di una cultura la diversità individuale resta comunque significativa. Inoltre gli approcci visti sono macro-categorie: possono essere integrati, le persone non fanno uso esclusivamente di un approccio, che ne siano consapevoli o meno.

In conclusione, per evitare fraintendimenti in team internazionali e ottimizzare i processi, è bene tener presente gli aspetti invisibili di ogni cultura, come l’apprendimento.
La prossima volta che un collega esporrà il suo punto di vista su una questione potrebbe essere interessante cercare di identificare l’approccio che sta usando, per reagire in modo più efficiente al suo intervento.

Capirsi non è soltanto parlare la stessa lingua, ma cercare punti di contatto tra diverse culture.

Agnese Chiarini, Insegnante di italiano per stranieri in Hallo! Servizi Linguistici